Per un pozzo d'acqua in Africa                                                                                                                                      

 MITI D'ACQUA

 

 

TAOUARDEI (MALI): DALL'ACQUA AL MITO
DI GIULIO CALEGARI

Il mito



Nelle nostre spedizioni archeologiche a Taouardei si finisce sempre per organizzare il campo base all'estremità Sud del complesso roccioso, di fronte ad un pozzo, sotto un gruppo di acacie miracolosamente verdi.
È un luogo come piace agli occidentali, forse non molto ortodosso in ambito sahariano, ma che permette di rimanere all'ombra durante i lavori a tavolino o nelle ore di sosta, scambiando anche qualche opinione con i Tuareg, che, quando sono da queste parti ci fanno visita.
"Hai un po' di tempo da dedicarmi? Chiesi un giorno ad Abissa, capo di quella tribù dei Kel Ifoghas che controllava la zona, "perché mi piacerebbe avere il tuo parere sulle tracce del passato, così evidenti qui intorno, sulle rocce incise e sul suolo ricco di manufatti". Non ci volle molto perché, durante quella passeggiata le nostre opinioni convergessero. "Vedi" - mi fece notare - " prima di tutti c'erano uomini che fabbricavano e usavano questi antichi sassi: frecce accette,macine; abitavano qui e usavano vasi di terra cotta, guarda quanti frammenti! Un modo di vivere diverso dal nostro. Poi venne il tempo di Amamellen, che insegnò ai nostri primi antenati tutte le tradizioni, le regole di parentela, la musica e la scrittura. Di quel periodo sono le figure incise sulle rocce, che rappresentano gli antichi eroi. A quel tempo gli uomini erano molto grandi e potevano disegnare immagini perché ancora non erano musulmani come noi, che siamo i loro discendenti, ma seppelliamo i morti in maniera differente. Noi viviamo dopo Amamellen."
Queste informazioni non erano una novità, basti ricordare che la figura di questo "eroe culturale" è comune a tutta la tradizione tuareg, ma il vedere queste idee applicate così, sul terreno, di fronte alle evidenze archeologiche e con un'impeccabile sintesi di "cronologia culturale" (alla quale mi sentivo di aderire) mi fecero promettere ad Abissa che avrei tenuto conto e utilizzato nei miei lavori queste spiegazioni. Devo dire di aver mantenuto la promessa.
Il mio intervento, dopo questa "introduzione letteraria" vuole proprio porre l'accento su quell'ultimo momento dell'arte rupestre sahariana che si pone fra la tradizione degli antichi cavalieri berberofoni, antenati dei Tuareg che avevano ormai conquistato il deserto e l'evento dell'Islam.

La storia

Questo argomento è stato da me trattato in una serie di ricerche svolte in collaborazione con l'etnologa Giovanna Soldini. La presente nota raccoglie molti dei risultati a cui siamo giunti. Assieme alle conoscenze archeologiche ho utilizzato per i miei lavori osservazioni di carattere etnoarcheologico, mettendo a confronto gli elementi ergolocigo-culturali delle popolazioni attuali con quelli delle genti berberofone presenti intorno al X-XI secolo d.C nelle zone delle nostre ricerche (Sahara meridionale). Il termine berberofono è più corretto rispetto a quello maggiormente usato di berbero. Non si fa infatti riferimento ad una razza berbera, quanto piuttosto ad una lingua berbera che accomuna popolazioni sparse su un territorio che si estende dal Mediterraneo fino al Niger e dalla Costa Atlantica fino all'Egitto. Tra le popolazioni che parlano un dialetto berbero, i Tuareg sono gli unici ad aver conservato un sistema di scrittura, il Tifinagh.



Per cogliere il momento storico della presenza di queste popolazioni possiamo riferirci all'arte rupestre sahariana e precisamente al penultimo periodo, detto Equidiano, legato alla presenza del cavallo in Africa. La diffusione di questo animale nel continente africano è ancora oggetto di dibattito: di certo esso compare con gli Hyksos, che invasero l'Egitto intorno al secondo millennio a.C.
Nell'arte rupestre del Sahara il cavallo è rappresentato inizialmente al galoppo volante con carri leggeri a due ruote. Compaiono figure umane già fortemente schematizzate in forme bitriangolari, armate di pugnale e giavellotti: esse saranno in seguito rappresentate mentre cavalcano.
Intorno agli inizi della nostra Era fa la sua comparsa il dromedario che diventerà la cavalcatura ideale per i popoli nomadi e guerrieri, discendenti dei paleoberberi equidiani. Essi sembrano aver già conquistato il Sahara nell'VIII secolo della nostra Era, Più tardi, dall'XI al XIV secolo d.C, è già possibile osservare in tutto il grande deserto la presenza di popolazioni di nomadi, di cavalieri e cammellieri, già avvicinate dalla cultura islamica e distribuite in grandi gruppi quali saranno le confederazioni tuareg.

Il luogo

Come abbiamo visto la presenza di questi antichi Tuareg derivò da un lento processo durante il quale giunsero dal Nord gruppi di paleoberberi (preceduti spesso dalle loro espressioni culturali); alla progressiva e inesorabile acidificazione del territorio poteva ben adattarsi il loro tipo di economia nomade. Vorrei ancora una volta fare osservare come ben poca cosa rimanga di un accampamento tuareg dopo il trasferimento, per dare l'idea di quale traccia possa rinvenire in seguito un archeologo. I manufatti facilmente deperibili /pelle, legno, tessuto, ecc.), costituiscono il patrimonio principale della cultura materiale dei nomadi berberofoni (antichi e attuali), ma rappresentano altresì la parte più volatile e destinata a scomparire nel tempo, di tale cultura.
Le tracce di queste genti vanno dunque ricercate nelle espressioni più evidenti di quel processo di territorializzazione attraverso il quale una popolazione riconosce come proprio territorio culturale uno spazio di natura: mi riferisco in questo caso alle tombe e alle incisioni rupestri. Nel caso specifico dell'arte rupestre, esse ci mostrano la presenza di una "casta" di nobili guerrieri che si autocelebra nelle figure incise sulle rocce. Nella zona delle nostre ricerche è possibile un confronto tra la cultura della società tuareg attuale con il tipo di società che traspare da quest'ultima fase dell'arte rupestre sahariana.
Tale confronto ci permette di affermare come l'una e l'altra rilevino esattamente i medesimi tratti culturali.
Al cavallo e al dromedario vengono attribuiti grande importanza e significato sia dai tuareg, dagli autori delle incisioni rupestri (che non rappresentano mai animali come buoi, capre e asini, allevati da gente di rango inferiore):
L'uso del giavellotto come arma da getto e alcuni tratti dell'abbigliamento sono riscontrabili sia attualmente che nel passato, così come le scritture alfabetiche da cui deriva la scrittura tifinagh,
utilizzata dai Tuareg di oggi per trascrivere messaggi nel loro dialetto berbero, il tamajeg.

L'arte

Se osserviamo l'attuale produzione artistica dei nomadi sahariani, ci accorgiamo subito che l'islamizzazione impedisce loro ogni rappresentazione figurativa. Va ricordato che siamo in presenza di artigianato-arte in cui sono esclusi i modelli tipici dei popoli sedentari; ogni oggetto deve pertanto essere trasportabile, utile e al tempo stesso bello. L'estetica riveste il significato di vero e proprio linguaggio. Un linguaggio di tipo simbolico-geometrico che si esplica in disegni e forme decisamente schematici e stilizzati. Gioielli, sacche in pelle, ciotole, cucchiai, chiavistelli, ecc. si ricoprono di veri e propri ideogrammi che vogliono rappresentare un'immagine, un'idea.
Ritengo, ad ogni modo, che l'islamizzazione non abbia bruscamente interrotto l'arte figurativa degli antichi Berberofoni, obbligandoli a raffigurarsi in un linguaggio segnico-geometrico; piuttosto vorrei ribadire che questi valori formali sembrano essere riaffiorati da una tendenza all'estrema stilizzazione e geometrizzazione già presente fra le popolazioni portatrici della cultura equidiana.
Taouardei rappresenta il momento di passaggio e di continuità. In questa località sono presenti quelle incisioni rupestri del X-XI della nostra Era che caratterizzano, come già visto, le popolazioni paleotuareg. Prevalgono di gran lunga le immagini di cavalli e di dromedari, scene di caccia, in corsa, qualche animale selvaggio (leoni, struzzi, antilopi, giraffe) e soprattutto scritte: dal libico-berbero al tifinagh. Altre scritte in arabo e immagini di cavalcature con briglie e staffe indicano proprio la penetrazione e l'accettazione, ad un certo punto, della cultura islamica. Sono queste forse le ultime immagini, di una certa qualità, dell'arte rupestre sahariana, con cui un popolo guerriero si impone, anche con un linguaggio segnino-simbolico, sul territorio.
Amamellen è più che mai citato come eroe culturale in questa fase.
Molte località portano le tracce della sua presenza. A Tintarbayt, sito a pochi chilometri da Taouardei, un corridoi naturale tra due rocce è ritenuto dai nomadi la camera da letto di Amamellen che la leggenda vuole dormisse appoggiando la testa su una grande "pietra sonora". Poco distante, a Tahunt Molet, è indicata una delle presunte tombe di questo mitico gigante.
Una leggenda raccolta sul posto durante le nostre ricerche narra che Taouardei era una donna fuggita, per una storia d'amore, da Macine (altra importante località di arte rupestre libico-berbera) . Correndo verso Sud, perse, per l'agitazione, gran parte del suo bagaglio che si trasformò nei grandi e tondeggianti blocchi di granito che caratterizzano il sito che prese il suo nome. Di fatto, Taouardei nel suo aspetto di città geologica e nelle sue caratteristiche di funzionalità geografica - punto di riferimento e riparo, presenza d'acqua e materie prime (quarzi, graniti, calcedoni) - si identifica come punto nodale di quel processo di territorializzazione messo in atto dalle popolazioni di cavalieri e cammellieri provenienti da Nord. Le incisioni ribadiscono in modo ben visibile la presenza di nobili guerrieri che attraverso quelle immagini si autocelebrano e affermano nel luogo. Luogo e mito nei quali si riconoscono gli attuali Tuareg.

Taouardei: la mappa di una cultura



Una serie di considerazioni di carattere etnoarcheologico e un'approfondita osservazione del sito ci hanno permesso di scorgere a Taouardei uno spazio organizzato simbolico-funzionale, dove è possibile disegnare la mappa di quello che ritengo di poter definire "luogo di identità culturale". Punto d'incontro carico di storia e di evidenze archeologiche che, nei momenti stagionali in cui è frequentato dai Tuareg, si svela come una sorta di villaggio "invisibile" in cui sono però riconoscibili gli spazi pratici e i luoghi di riferimento storici, mitici e simbolici. Indicherò gli elementi principali che permettono di svelare questa mappa. I pozzi, che fanno di Taouardei un riferimento idrico a cui i nomadi attingono per poi ritornare ai loro accampamenti posti a qualche chilometro di distanza. Gli spazi per ricoveri-ripostigli ricavati tra le rocce (in affratti o ripari) in cui riporre attrezzi, corde, ciotole,ecc. affiancati oggi da alcuni semplici edifici di terra. Percorsi: luoghi di sosta o di passaggio, punti d'incontro o spazi collettivi e di scambio, determinati o suggeriti dall'architettura geologica del luogo. Incisioni rupestri che caratterizzano il luogo e segnano gli spazi, ponendosi come punto di contatto tra il presente e il passato. Tombe (islamiche antiche) di personaggi importanti; le aree cimiteriali ancora utilizzate e la moschea (area circolare delimitata da pietre). Altri esempi della nostra mappa sono leggibili in riferimenti di più antica memoria. Un gruppo isolato di grandi rocce, presso le quali abbondano le tracce di antiche frequentazioni umane, ci è stato indicato come "casa degli antenati", mentre una grande cavità a catino, probabilmente naturale, sulla sommità di una roccia, costituisce una conca nella quale si raccoglie l'acqua piovana. Non si può fare a meno di confrontare il nome del luogo con il termine tuareg tawarde che letteralmente significa "cavità naturale nella roccia in cui si raccoglie l'acqua". Altro elemento importante di connotazione è un grande citofono, costituito da una lastra di granito staccatasi dalla parete, venuta naturalmente a disporsi in posizione tale da emettere, se percossa, un suono intenso. Le tracce di usura ne indicano l'utilizzo da tempo. Per ultimo, importanti elementi della nostra mappa, sono i cumuli di pietre deposte o lanciate sulle sommità di alcune particolari rocce al limite Nord_Est del complesso granitico di Taouardei. Si tratta di un'antica pratica propiziatoria che consiste nell'affidare al lancio di una pietra, gettata in un punto preciso, un voto, prima di affrontare un'impresa, un viaggio.
L'identificazione di questo "villaggio invisibile", espressione di uno spazio organizzato, simbolico-funzionale, laddove ad una prima occhiata poteva essere visto un luogo ricco di presenze archeologiche, frequentato dai Tuareg per via dei pozzi, suggerisce nuovi stimoli alla ricerca. Una visione dinamica del mondo, da parte di popolazioni nomadi, non impedisce loro di fissare sul territorio luoghi di identità culturale che si animano o restano "in sospeso" quando vengono periodicamente frequentati o abbandonati. Angoli del territorio dove, il luogo, il mito, l'arte si fondono alla concreta realtà della storia, ma per essere colti richiedono la mediazione di un linguaggio simbolico, ricco di collegamenti e analogie, dove gli opposti si avvicinano e la presenza e l'assenza sono tutt'uno.



Giulio Calegari 
Direttore Conservatore della Direzione della Sezione di Paleontologia del Museo Civico di Storia Naturale di Milano; Direttore scientifico del Centro Studi Archeologia Africana di Milano.


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