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L’ACCESSO ALL’ACQUA

A Johannesburg non è stato riconosciuto come
diritto umano
Un mondo arido e ingiusto
All'acqua è vincolata la sopravvivenza di ogni essere umano. E
all'acqua sono vincolate le concrete possibilità di sviluppo: le
produzioni agricole e di energia elettrica, ad esempio, sono
condizioni indispensabili per garantire il benessere di una
popolazione.
Tuttavia, nonostante l'acqua sia un bene primario, la possibilità di
usufruirne è compromessa dalla sua scarsità e dai vincoli imposti
alla sua disponibilità.
Il lago d'Aral è stato fino agli anni Sessanta il quarto lago del
mondo per volume d'acqua, ma negli ultimi decenni ha perso tre
quarti del suo volume, diventando – secondo le Nazioni Unite – una
delle maggiori catastrofi ambientali di oggi.
Il motivo principale di questo calo del volume d'acqua è stato (e
continua ad essere) lo storno d'acqua, per uso agricolo, dai suoi
affluenti, l'Amu Darya ed il Syr Darya, i due fiumi che attraversano
il territorio delle Repubbliche dell'Asia Centrale ex-sovietica e
dell'Afghanistan.
Durante il periodo sovietico, l'acqua veniva usata per la
coltivazione intensiva del cotone nelle pianure desertiche dell'Asia
Centrale (Uzbekistan).
Il restringersi del lago e la sua progressiva salinizzazione hanno
lasciato scoperti vasti territori, che ora sono desertificati e ad
alto contenuto salino.
Cinque
milioni di persone in lotta tra loro per l’approvvigionamento e la
sopravvivenza
I forti venti che spazzano questa regione hanno trasportato il sale
nelle zone agricole circostanti, ricoprendo una larga superficie di
campi e rendendo impossibile anche l'agricoltura di sussistenza. La
pesca, che era prima una delle attività più redditizie della
regione, non è più un'alternativa praticabile.
Prima di essere utilizzata dagli abitanti della regione, l'acqua
scorre attraverso gli estesissimi campi di cotone, dove sono drenate
enormi quantità di sale e di concimi chimici, cosicché ogni goccia
d'acqua che raggiunge altre coltivazioni o che viene bevuta dalle
persone risulta fortemente salinizzata e inquinata.
Alla pessima qualità dell'acqua si attribuiscono il fatto che il 97%
delle donne che vivono nella regione sia affetto da anemia e un
tasso di mortalità infantile di circa l'80 per mille.
Nelle zone che interessano direttamente il lago, inoltre, si sono
verificate forti tensioni tra villaggi uzbeki e kyrgyzi a causa
dell'approvvigionamento d'acqua e molti sono i conflitti tra gruppi
nomadi e agricoltori laddove la costruzione di canali di drenaggio
per l’irrigazione crea ostacoli alla transumanza.
Fra gli stati che condividono l'acqua dei due fiumi esistono
trattati che dovrebbero fissare le quote d'acqua per ogni paese, ma
gli accordi non vengono rispettati, nemmeno dall'Uzbekistan e dal
Kazakistan, nei cui territori si trova ufficialmente il lago.
In questa assenza di regolazione e coordinamento, si prevede che nei
prossimi decenni il lago d'Aral si prosciugherà completamente,
compromettendo in maniera definitiva le condizioni e le possibilità
di vita per almeno cinque milioni di persone.
Squilibri nella disponibilità e nell’accesso: le condizioni naturali
e i fattori geopolitici
Il lago d'Aral è un esempio efficace per comprendere come la carenza
d'acqua sia un potente fattore di instabilità ambientale, sociale e
politica e prospetta pericoli che incombono su un futuro nemmeno
troppo lontano.
L'acqua dolce disponibile sul pianeta è il 2,5% dell'acqua totale.
In termini assoluti non si tratta di una quantità insufficiente. Il
problema è piuttosto che l'acqua non è distribuita equamente tra i
diversi paesi né all'interno di essi.
Il 40% dell'acqua dolce è concentrato in Brasile, India, Cina,
Russia, Stati Uniti e Canada, mentre ottanta paesi – soprattutto in
Nord Africa e Medio Oriente – soffrono di una costante penuria.
Talvolta forti squilibri sono evidenti anche all'interno di una
stessa area: la Turchia dispone di più dei due terzi delle risorse
idriche della regione mediorientale, mentre Siria, Giordania,
Israele, Palestina e Iraq non raggiungono neppure quei 500 metri
cubi annui per abitante che rappresentano la soglia della penuria.
17.000
litri pro capite disponibili nel 1950 meno della metà dopo neppure
mezzo secolo
Oggi il consumo medio di un abitante del Nord America è di 1.700
metri cubi d'acqua all'anno, quello di un africano di 250.
Secondo alcune stime, più di 1 miliardo di persone non hanno
attualmente accesso all'acqua potabile e più di 6.000 bambini
muoiono ogni giorno per malattie legate alla mancanza di acqua
pulita o di una rete fognaria adeguata.
La disponibilità d'acqua, inoltre, si sta drasticamente riducendo di
anno in anno: un processo le cui cause sono note e sarebbero, sia
pur diversamente, controllabili.
La crescita demografica, anzitutto, fa innalzare la domanda di
acqua: una incontrollata crescita demografica rende la domanda di
acqua imprevedibile.
L'uso massiccio di fertilizzanti in agricoltura e gli scarichi
civili ed industriali determinano un crescente inquinamento, il che
coincide con la diminuzione dell’acqua potabile disponibile.
I mutamenti climatici, infine, riconducibili all'effetto serra ma
non a questo soltanto, fanno prevedere nei prossimi anni una
diminuzione stimata al 10% delle precipitazioni nelle regioni aride.
Questi fattori, nell’insieme, hanno determinato un preoccupante,
progressivo peggioramento: tra il 1950 e il 1995 la quantità d'acqua
dolce disponibile pro capite è più che dimezzata, passando da 17.000
a 7.500 metri cubi.
Principi senza strumenti, scopi senza mezzi per rimediare a un
constatato fallimento?
Se non interverranno mutamenti di tendenza e non si troverà un modo
efficiente di ripartire le risorse idriche, nel 2050 la domanda
supererà abbondantemente la disponibilità di acqua. A quel punto, le
tensioni tra classi sociali e i conflitti tra stati per lo
sfruttamento delle fonti di approvvigionamento assumeranno il
carattere di una contesa, letteralmente, per la vita o la morte.
Per questa ragione il tema dell'acqua è stato uno dei più importanti
tra quelli dibattuti durante il summit del 2002.
Già nel 1977 le Nazioni Unite avevano assunto l'impegno di garantire
a tutti acqua potabile e servizi igienici entro l'anno 2000 e dopo
25 anni si deve constatare come l’obiettivo sia stato completamente
mancato.
A Johannesburg è stato drasticamente ridimensionato, con l'impegno a
ridurre del 50% il numero degli esclusi dall'acqua entro il 2015:
poco più che un’intenzione, se si osserva che questo “piano” non
indica né stabilisce gli strumenti della sua attuazione, lasciando
ampio margine ad accordi bilaterali tra paesi interessati e aziende
private.
Un
essenziale bene collettivo primario subordinato a interessi
commerciali
È proprio l'intervento di aziende private nella gestione delle
risorse idriche a rappresentare uno dei pericoli più concreti ed
imminenti per la salvaguardia dell'acqua come bene collettivo
imprescrittibile.
Al di là delle dichiarazioni di principio, infatti, la tendenza
attuale è di considerare l'acqua un bene meramente economico e come
tale da lasciare alla regolazione delle leggi di mercato.
Nonostante l'acqua sia un bene primario, la possibilità di
usufruirne non è legata esclusivamente a fattori naturali, né solo
alle scelte politiche ed economiche di chi governa: questa fruizione
è subordinata alla discrezionalità e alla casualità di arbitrari
interessi commerciali.
Secondo molte ONG e agenzie specializzate, la scelta di coinvolgere
aziende private nella gestione delle risorse idriche produrrà a
lungo termine l'esclusione dall’accesso all'acqua dei molti che non
potranno permettersi di pagarla al prezzo di mercato.
Esemplare in questo senso è l'esperienza della città di Cochabamba.
Come
assetare un’intera grande città: una ricetta tipica della Banca
mondiale
Cochabamba è una città delle Ande boliviane di un milione e
ottocentomila abitanti, di cui il 55% è rifornito dall'acquedotto,
il 20% da pozzi propri e il residuo 25% – che abita nelle zone più
povere – compra l'acqua da autobotti.
Su indicazione della Banca mondiale, nel 1999 il governo decise di
privatizzare la distribuzione dell'acqua nel distretto di Cochabamba
affidandola per 40 anni al consorzio Aguas el Lunari (guidato da
Bechtel, una delle maggiori multinazionali del settore).
Il consorzio assunse il monopolio su ogni fonte di acqua del
territorio, compresi i pozzi privati e gli invasi per la raccolta
dell'acqua piovana.
Di fatto l'acqua era diventata un bene di mercato e come tale subì
un aumento dei prezzi insostenibile per la maggior parte della
famiglie. Le tariffe per l'acqua aumentarono del 300%. Ogni famiglia
media avrebbe dovuto spendere un quarto del suo reddito solo per
pagare l'acqua, con un conseguente drastico impoverimento di tutta
l'area.
Per far fronte a questa situazione, le organizzazioni dei contadini,
con l'aiuto di ambientalisti, intellettuali e sindacati dei
lavoratori, iniziarono una campagna di informazione presso la
cittadinanza sugli effetti della nuova legge.
Una mobilitazione crescente portò in un primo tempo al ripristino
delle vecchie tariffe dell'acqua e successivamente a un referendum
perché l'acqua rimanesse un diritto di tutti.
Oggi, una legge popolare sancisce il diritto all'acqua ed esso è
garantito da un'impresa composta da rappresentanti del comune, dei
sindacati e dalle associazioni di quartiere.
Nuova
mistica per il millennio nuovo Sette sorelle anche per Sorella acqua
La storia di Cochabamba è un'eccezione. La privatizzazione delle
risorse idriche è infatti un fenomeno in espansione a cui non è
estranea nemmeno l'Europa.
Oggi che la carenza d'acqua si manifesta chiaramente, governi ed
istituzioni si affidano alla mercificazione delle risorse idriche
come ad una valida soluzione al problema.
Si mette l’acqua in vendita incaricando il mercato di regolarne il
consumo. Tutto secondo prescrizioni e cultura da Banca Mondiale o da
Organizzazione mondiale per il commercio.
Un piccolo gruppo di aziende multinazionali sta così assumendo il
controllo della gestione dei servizi idrici in tutto il mondo, con
utili annuali al 40% di quelli petroliferi. Le francesi Suez e
Vivendi Environnement, dissetano e spremono 230 milioni di persone,
dall’americana Atlanta a piccoli centri urbani dei paesi poveri.
Come il petrolio, l'acqua verrà esportata e venduta ai migliori
offerenti a migliaia di chilometri di distanza da dove è stata
prelevata. Le aziende stanno costruendo imponenti condutture,
cisterne o immensi container sigillati per il trasporto via oceano,
senza tener conto dei probabili effetti sull’ambiente di un
trasferimento di quantità enormi d'acqua dolce.
In realtà le soluzioni per contrastare la carenza d’acqua senza
assetare chi non può pagare e senza arrecare danni irreparabili
all’ambiente esistono: riparazione delle infrastrutture idriche,
salvaguardia e recupero dei sistemi idrici compromessi, nuovi metodi
per la produzione e la gestione dei bacini idrografici, ma
soprattutto l’affermazione del diritto all’acqua come diritto umano
fondamentale che deve essere tutelato e soprattutto reso concreto
per ogni individuo.
Simonetta Gola
LA
TURCHIA PER L’EUFRATE
LA CINA PER IL MEKONG
PER L’ACQUA, TUTTI CONTRO TUTTI
Nizip,
Anatolia, giugno 2000. Ignorando gli appelli della comunità
internazionale degli archeologi, il Governo turco dà il via al
riempimento della diga di Nizip, una cittadina dell'Anatolia
meridionale non distante dal confine siriano. Nell'operazione, va
perduto un immenso patrimonio archeologico scoperto da poco. È la
città di Zeugma, avamposto romano sull'Eufrate, situata nell'unico
punto in cui, all'epoca, si trovava un ponte sul grande fiume. Gli
archeologi, sfrattati in fretta e furia, riescono a malapena a
portare via i mosaici delle prime ville scavate, ma gran parte della
città resterà sepolta dalle acque.
Il perché di tanta fretta risiede in un più vasto piano, il Gap, in
inglese Southeastern Anatolia Project, secondo il quale entro pochi
anni, con la scusa della produzione di energia elettrica e di
regolarizzare il flusso del Tigri e dell'Eufrate, la Turchia porterà
a termine la costruzione di 22 dighe che forniranno la “materia
prima” per 19 centrali idroelettriche e per l'irrigazione di
1.700.000 ettari delle aride spianate anatoliche.
Il comprensibile orgoglio turco per un simile trionfo tecnologico fa
a pugni con gli equilibri ambientali e le profonde preoccupazioni di
Siria e Iraq, che si vedranno probabilmente private di quell'acqua
che favorì la fioritura delle civiltà mesopotamiche.
Israele, nel frattempo, ha già siglato accordi commerciali con la
Turchia per la fornitura di acqua dolce che verrà recapitata
direttamente nei suoi porti con enormi navi-cisterna.
Molti analisti prevedono già che i prossimi vent'anni porteranno a
quelle che sono state ribattezzate le guerre dell'acqua. E non si
fatica a crederci.
A parte la più che precaria stabilità del Medio Oriente, infatti, in
diversi altri punti del pianeta l'acqua, preziosa per l'agricoltura
e per la produzione di energia, rischia di diventare un nodo
diplomatico e commerciale senza soluzioni.
Un esempio? Il Sud-est asiatico, dove la Cina minaccia di chiudere i
rubinetti del Mekong con diverse dighe. Una sensibile diminuzione
della portata del fiume e la fine dei cicli monsonici naturali – con
una ciclicità determinata invece dalle esigenze di Pechino –
produrrebbe danni colossali a economie agricole come quelle del Laos
e della Cambogia e devasterebbe completamente un ambiente delicato
come quello del delta, sulle cui acque si basa la quotidianità di 16
milioni di vietnamiti.
Marco Cattaneo - Emergency
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