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L'acqua nel Sahara

L’UOMO
E L’ACQUA NEL SAHARA
tratto da Sahara, diecimila anni di storia
a cura di Beatrice e Mario Rumi
(pubblicazione a cura dell'Associazione Manuel Rumi Onlus)
Chiedi pure il latte alla tua cammella, un figlio a tua moglie, ma
l’acqua chiedila solo a Dio.
(Liberamente
tradotto da: Qumran, 1980b) [1]
L’uomo,
l’acqua, il territorio
“Nel territorio dell’uomo l’acqua è parte fondamentale,
ovviamente indispensabile.
Acqua per gli uomini, per gli animali, per la vegetazione e per la
terra stessa, e insieme acqua degli antenati e dei riti, per
dissetare e celebrare una ricchezza interiore. Il rapporto tra
l’uomo e l’acqua, anche nei suoi aspetti più materiali, è
decisamente più complesso di quanto possa sembrare. Le pratiche per
garantirsi il prezioso elemento liquido sono innumerevoli, a volte
insospettabili, soprattutto in quegli ambienti geografici segnati da
una profonda aridità, dove la sopravvivenza è legata a gesti di
lontana esperienza, gesti che sovente assomigliano ad una
preghiera”[2]



Aman,
Iman
“L’acqua, la vita. L’acqua è la sola possibilità di esistere
per ogni essere umano. Aman significa acque ed è un termine usato
in tutti i dialetti berberi.
Iman significa anima. Anima che, in senso lato, sta per persona,
individuo, esistenza e perciò vita.”[3] L’acqua è il problema
centrale della vita nomade. I metodi che i Tuareg hanno sviluppato
per procurarsela variano da luogo a luogo, di stagione in stagione e
di anno in anno. Vi sono anni in cui la pioggia cade abbondantemente
e anni, magari consecutivi, in cui non cade nemmeno una goccia
d’acqua. Vi è poi una distinzione tra stagione delle piogge e
stagione arida che si avvicendano in periodi assai diversi a seconda
che si parli di Sahara settentrionale o di Sahara meridionale. Ma
cosa succede durante la stagione umida? E durante la stagione arida
? Come si differenziano queste aman (N.B. plurale senza singolare)?
Come si comportano i tuareg quando l’acqua resta in superficie
Durante e anche dopo la stagione delle piogge i Tuareg utilizzano
principalmente o addirittura essenzialmente acque giacenti in
superficie, sia per abbeverare le greggi, sia per uso domestico. In
questi periodo l’acqua è reperibile senza troppa fatica. Durante
i mesi successivi, quando le risorgive e le acque in superficie si
prosciugano, i nomadi sono costretti a far ricorso ad acque
sotterranee. Per questo si avvicinano ai pozzi permanenti che sono
tra l’altro anche gli unici punti d’acqua capaci di offrire
sicurezza e stabilità. La profondità dei giacimenti sotterranei
varia in base alle condizioni idrogeologiche.
Le
acque in superficie
Poco dopo la caduta delle prime piogge stagionali, nelle depressioni
e nelle vallate si formano delle pozzanghere o degli stagni (fr.
Mare). La durata e l’ampiezza di questi importantissimi punti
d’acqua sono fattori estremamente variabili che dipendono in primo
luogo dai valori pluviometrici annuali. Si tratta comunque sempre di
punti d’acqua temporanei che, nel Sahara meridionale ad esempio,
scompaiono generalmente verso i mesi di novembre-dicembre, quando la
stagione arida prende il sopravvento (Turri E., 1993b).Negli
anfratti rocciosi, grazie ad una posizione particolarmente
favorevole, ben protetta ed ombrosa l’acqua può giacere anche
tutto l’anno. Il termine generico in lingua Tuareg per designare
questi punti d’acqua è aguelman. Aguelman indica un bacino
d’acqua naturale, permanente o temporaneo, di qualsiasi
dimensione, sia esso un lago o un bacino, uno stagno o una
pozzanghera.

I
pozzi poco profondi (abankor,sing.; ibankar, pl.)
Quando si incontrano dei pozzi, con un piccolo orifizio riquadrato
da quattro tronchi posti orizzontalmente sul suolo, si é in
presenza di punti d’acqua a scarsa profondità. Guardando
all’interno del pozzo si può vedere l’acqua sul fondo,… che
difficilmente supera i 20-30 cm. Ciò significa che l’acqua si
esaurisce in fretta. Dopo tre o quattro prelievi… il pozzo è
secco e bisogna aspettare un certo tempo prima che il fondo si
riempia nuovamente. Per evitare delle attese troppo lunghe e
fastidiose, i nomadi scavano diversi ibankar (abankor, sing.), buchi
poco profondi a breve distanza uno dall’altro, che forniscono
acqua pura per abbeverare uomini e animali.
La localizzazione di questi pozzi è ben nota ai nomadi. Di regola
sono situati nel letto degli widian, ai bordi di stagni che il tempo
ha prosciugato, alla confluenza di vallate, laddove insomma sia
intuibile la presenza di acqua a pochi metri di profondità. Gli
ibankar non sono mai pozzi stabili.
La funzione principale di questi punti d’acqua è quella di
evitare concentrazioni troppo elevate di bestiame in un sol luogo,
nel momento della migrazione, quando cioè è il tempo in cui si
prosciugano gli stagni (Bernus E., 1974).

Le
acque in profondità.
Il tipo e la morfologia del terreno determinano la presenza di acque
sotterranee che si possono collocare a differenti profondità. Per
estrarre l’acqua dalle falde sotterranee i Tuareg scavano dei
pozzi. Questi hanno caratteristiche specifiche a seconda della
profondità della falda da cui si intende prelevare l’acqua. Vi
sono dei pozzi profondi venti metri e oltre, che i Tuareg dicono
essere antichissimi e preesistenti il loro arrivo. «Le genti che li
scavarono non erano Tuareg, bensì degli uomini di altri tempi, i
Kel Iru» – raccontano i Tuareg[4] Spesso vicini a questi pozzi se
ne trovano altri. E’ interessante osservare che solo chi ha
scavato il pozzo può vantare e godere dei diritti d’usufrutto.
Quando si vuole utilizzare il pozzo bisogna portare tutto il
necessario, che consiste nella carrucola che la tradizione vuole di
legno, nelle corde e nel secchio in pelle. Il tronco a forma di
forcella che fa da sostegno alla carrucola, invece, viene lasciato
sul posto. Tutti questi oggetti, che rappresentano il corredo legato
all’acqua, non giacciono mai accanto ad un pozzo se non durante
l’utilizzo dello stesso . Chi usufruisce del pozzo, se li porta
dietro ogni volta che viene a prendere l’acqua.
E.Bernus, (1974:25) ha osservato che la profondità dei pozzi in
Niger, nell’area dove nomadizzano gli Illabakan, cresce man mano
che ci si sposta da Nord verso Sud. Qui si incontrano pozzi profondi
oltre 70 metri. Per estrarre l’acqua da questi pozzi è necessaria
la trazione animale. Per svolgere quest’attività vengono
impiegati l’asino, il cammello (dromedario) o il bue. Ad ogni
prelievo d’acqua l’animale in questione deve percorrere una
distanza pari alla profondità del pozzo, quindi ritornare al pozzo
dopo il travaso dell’acqua e ricominciare da capo, finché non sia
stato abbeverato l’intero gregge. Bernus osserva giustamente che
il dispendio di tempo e di energie necessarie ad abbeverare un
gregge è tale e tanto da rendere facilmente comprensibile il motivo
per cui un numero elevatissimo di pozzi venga abbandonato già
all’inizio della stagione delle piogge, non appena si cominciano a
formare pozzanghere e stagni[5].
In quell’intreccio che è il territorio di nomadizzazione i punti
d’acqua rappresentano dei nodi indispensabili, paragonabili alle
maglie insostituibili di una rete[6].
La distanza fra essi è variabile e diminuisce man mano che ci si
sposta verso i margini meridionali del deserto. I punti d’acqua o
maglie della rete di nomadizzazione, sono collegati tra loro da
tracciati impressi sul terreno dal passaggio continuativo e
ciclicamente ripetuto dagli animali. Questi tracciati sono
generalmente molto ampi in prossimità dei pozzi e si fanno via via
più impercettibili con l’allontanarsi dal punto d’acqua.
L’acqua è la preoccupazione principale e costante del nomade. Non
esiste nessuna possibilità di sopravvivenza in terra arida senza la
presenza di un punto d’acqua. Nomadismo, ambiente arido e punti
d’acqua sono inscindibili perché, se è vero che se non c’è
acqua non c’è vita, è altrettanto vero che il nomadismo è la
forma di vita che meglio si adatta all’ambiente arido. In effetti,
osservando attentamente una carta geografica si nota che il
nomadismo si è sviluppato solo nella fascia arida[7].





Ecosistema arido - Punti d’acqua – Nomadismo
“Esistono diversi tipi di nomadismo, ognuno con caratteristiche
specifiche che sono in stretta relazione all’ambiente in cui si è
sviluppato. Il nomadismo sahariano è un nomadismo puro che nulla ha
da spartire con il seminomadismo o la transumanza presenti più a
Nord nell’Atlas, dove vivono i Berberi”[8].
I membri del gruppo nomade sahariano adempiono queste regole di
vita:
- vivono esclusivamente del prodotto dell’allevamento (capra,
pecora, cammello, asino e, solo dove possibile, bovide);
- si procurano i generi alimentari di origine agricola tramite il
commercio basato sugli scambi, la riscossione dei diritti
territoriali e le razzie occasionali in tempo di carestia;
- non hanno dimore fisse ma usano le tende;
- come mezzi di trasporto e da soma impiegano cammelli e asini;
- sono organizzati in tawsit[9] (segmenti del più ampio gruppo) e
il modello socio economico è di tipo gerarchico-piramidale.
L’unità nomade non si sposta a caso, né di continuo, ma segue un
percorso segnato dai punti d’acqua e dai pascoli che devono
soddisfare le esigenze del bestiame. Il percorso è ciclico e i
ritmi degli spostamenti hanno un andamento stagionale. L’area in
cui avvengono tutti gli spostamenti è sempre la stessa. Ogni anno
si ricomincia da capo. Quest’area è il territorio di
nomadizzazione. Ogni tawsit ne possiede uno proprio dentro il quale
non sono ammesse interferenze. Il diritto d’uso di un pozzo dentro
quest’area è rigorosamente stabilito e viene altrettanto
rigorosamente osservato. I diritti di sfruttamento di un pascolo e/o
di un pozzo sono indice di un processo di territorializzazione
avvenuto[10].


[1] La religione della sete. L’uomo e l’acqua nel Sahara, Atti
del Ciclo di Incontri organizzato dal Centro Studi Archeologia
Africana di Milano(ottobre novembre 1992), a cura di Giulio Calegari,
Milano,1993, Punti d’acqua e invenzione del territorio, Giulio
Calegari* e Giovanna Soldini **, * Museo Civico di Storia Naturale
di Milano, Centro Studi Archeologia Africana, ** Centro Studi
Archeologia Africana, p.84.

[2] Giulio Calegari, Giovanna Soldini, Punti d’acqua e invenzione
del territorio, La religione della sete. L’uomo e l’acqua nel
Sahara, op. cit. p.77
[3] ibidem
[4] ivi, pp. 79-80
[5] Bernus E., Les Illabakan (Niger),Paris, 1974
[6] Giulio Calegari, Giovanna Soldini, Punti d’acqua e invenzione
del territorio, La religione della sete. L’uomo e l’acqua nel
Sahara. Op. cit., p.80
[7] ibidem
[8] ivi, p. 80
[9] tawsit o taousit significa letteralmente «palmo della mano» o
«pianta del piede». Lo stesso vocabolo significa anche «tribù,
popolo o razza, e per estensione «specie»(sorta, categoria). Si
dice di persone , di animali e di cose. Nel senso di tribù è
sinonimo di arref, ma è più usato di quest’ultimo. Un altro
significato di tawsit è quello di «stuoia d’afezou» che si
stende orizzontalmente e serve da tappeto per sedersi o
sdraiarsi.(Fonte: Foucault, Ch, de, 1951:1533)
[10] ivi
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