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VOLONTARIATO A FAVORE DEGLI EMARGINATI

Siamo a disposizione di tutti coloro che svolgono attività di volontariato a favore degli emarginati, con particolare riferimento ai detenuti reclusi nei carceri italiani, per promuovere iniziative atte a sensibilizzare l’opinione pubblica sul problema dell’emarginazione.
Mettiamo, inoltre, a disposizione gratuita, di tutti coloro che perseguono le nostre finalità sociali i lavori realizzati dal nostro "Piccolo Laboratorio" per incontri socio-culturali sul tema dell'emarginazione.
Questi lavori sono presentati nella pagina PICCOLO LABORATORIO e sono riservati ai soli adulti.

Cara Rosanna, correva l’ultima notte del 1999.

Parte di noi, era fuori nel tuo giardino ad ammirare le Stelle che brillavano nel Cielo senza Luna. Con noi c’era il “pianista argentino”.

Siamo certi che, nella solitudine dei pensieri dedicata agli emarginati, ti è venuta l’idea di organizzare un concerto di pianoforte per gli anziani della “Bagina”.

Non ricordiamo più quante mani abbiamo stretto in quel pomeriggio e quanti sorrisi abbiamo ricevuto.

Commossi, abbiamo visto i tuoi “angioletti” raccogliere le sublimi note di Chopin per portarle a una persona cara, salita troppo presto, nei Pascoli del Cielo.

Grazie, un bacio. Dolores e Mario

RICORDO DI UNA GIORNATA TRASCORSA A MILANO IL 16 GENNAIO 2000 
PRESSO IL PIO ALBERGO TRIVULZIO (LA BAGINA)

Un vecchio, con due occhi malinconici che gli spuntavano dalle rughe del viso, stava seduto davanti a me. Mi osservava con dolcezza da alcuni minuti, ma sembrava assente da tutto ciò che avveniva nella grande sala.

Indossava una divisa grigia e un berretto dello stesso colore con una visiera nera, simile a quello dei tranvieri.

Anche lui, come gli altri convenuti, era in attesa dell’inizio dello spettacolo.

All’improvviso, con un gesto delicato delle mani  mi fece cenno di avvicinarmi a lui.

“Buona sera”, mi disse. “Mi chiamo Tobia, sono un vecchio pensionato delle Tramvie Milanesi.”

“Buona sera.” Gli risposi. “Sono pensionato anch’io.”

“Vedo che sei attratto dal mio vestire.” “ Siediti qui, se vuoi, ti racconterò perché porto addosso questa roba.”

“Grazie” gli risposi. “L’ascolterò con piacere.” E presi posto nella poltrona accanto alla sua.

LA STORIA DI UN BERRETTO GRIGIO CON VISIERA NERA

<Orfano di entrambi i genitori, trascorsi la mia gioventù nel grande Orfanotrofio milanese dei Martinit.                             

La prima volta che vidi il Duomo di Milano avevo sei anni, indossavo una divisa grigia e portavo uno strano berretto dello stesso colore con visiera nera.

Facevo parte del gruppo degli orfanelli obbligato a seguire, in assoluto silenzio, un carro funebre che trasportava la salma di una autorità cittadina. Il carro era appunto diretto verso il Duomo.

Noi orfanelli, seguivamo il feretro nel terzo gruppo, subito a ridosso a quelli dei familiari e delle autorità cittadine.

Le persone ferme ai due lati del corteo esprimevano tutte una sentita commiserazione per noi.

Quattro cavalli con un pennacchio rosso trainavano il carro nero luccicante nel sole del mattino.

Il cocchiere, anch’egli vestito di nero, guardava tutti dall’alto al basso del carro con aria di sussiego come se fosse lui il protagonista della cerimonia funebre.

Nel bel mezzo della sfilata c’era la banda musicale che suonava musiche sacre.

°°°

Far parte del Gruppo dei Martinit non fu una mia scelta perché rimasi orfano di padre e madre.

Neppure il passaggio dall’Orfanotrofio alle Tramvie Milanesi fu traumatico. Stessa divisa grigia, stesso berretto grigio con visiera nera, stessa tavolata alla mensa delle Tramvie come quella dell’Orfanotrofio.

Dopo anni di tirocinio, un giorno, mi trovai alla guida di un tram.

Alle mie spalle, un cartello ammoniva i passeggeri di non parlare al guidatore”, così vissi per anni, in silenziosa solitudine.

Davanti a me, sempre le stesse rotaie, le stesse fermate e i vigili con i guanti bianchi a regolare il traffico.

Non ebbi una donna d’amare né figli.

La compagna della mia vita fu la solitudine.

Vivevo con lei in una casa di ringhiera alla Bovisa, e nelle notti senza Luna, supplicavo ad alta voce le Stelle di ospitarmi lassù nel Cielo senza l’obbligo, però, di dover indossare una ”divisa grigia e un berretto dello stesso colore con visiera nera”.

A furia d’implorare ad alta voce nella notte le Stelle, e disturbare il sonno dei vicini di pianerottolo, un mattino di cinque anni fa, due funzionari comunali vennero a prelevarmi dal mio appartamento e mi portarono qui alla Bagina.

“Vecchio, non scordarti il tuo berretto.” “E’ appeso dietro al letto.”

Poi il suono delle chiavi che chiudevano, per sempre, la porta del mio piccolo appartamento.

Ed io ero lì sul pianerottolo, immobile, con il mio berretto stretto nelle mani, pallido in volto,

e privato da ogni sentimento, simile a una candela con il lume della vita spento.

 °°°

Caro Tobia, grazie. Farò tesoro dei tuoi insegnamenti, e questa notte chiederò alle Stelle di rubare all’Arcobaleno un pezzetto del suo vestito per farti tanti abiti colorati da indossare, quando sarà il momento, nei Pascoli del Cielo.

Un abbraccio. Con sentita stima. Mario

Voci da un carcere

Mario Rumi
(Da: L’Eco del silenzio – piccole storie nate tra le mura di un carcere – a cura di Gabriele della Torre e Mario Rumi – Edizioni Gruppo Abele – Torino 1997)

“Sta per finire l’estate e non ancora visto
nel cielo un volo di rondini, né una farfalla
posarsi sul prato arso del lager.”
(dal diario di una bambina ebrea internata a Mathausen)

Una culla in carcere
Caro Emmanuele:
È vero! Il destino ti ha spalancato
Le porte della vita in carcere.
Per tre anni avrai solo l’amore e le cure
Di tua madre.
Questo non può togliertelo nessuno.
La tua culla, tra le sbarre di una cella:
senza cielo e senza stelle
senza sole e senza luna
senza mari e senza monti
senza laghi e senza fiumi
senza alberi e senza uccelli
senza prati e senza fiori.
I tuoi piedini calpesteranno solo
Un freddo pavimento.
Niente tocchi di campane
Niente frastuono di città
Niente grida di bambini.
Solo silenzio, rotto da rumori di chiavi,
che aprono la porta sul cortile d’aria,
una colata di cemento grigio
sulla quale non si posano le farfalle.
A modo mio credo nel Signore,
e pregherò per te.
Tra pochi giorni un Piccolo Bambino
ti terrà compagnia.
Ti porterà dei balocchi e da parte mia
un grosso bacio.

Jan
( Da: L’Eco del silenzio – piccole storie nate tra le mura di un carcere – a cura di Gabriele della Torre e Mario Rumi – Edizioni Gruppo Abele – Torino 1997)
Natale 92
Buio profondo
notte
preludio
ritorno magico
di millenni.
Scruto il cielo
tra le sbarre
nessuna cometa illumina la via
nessuno reca doni.
Un misero calorifero spento
sostituisce
il bue e l’asinello
non v’è ombra di mangiatoia.
eppure non v’è luogo
migliore per amarlo.

Queste Sbarre Cantano
Sartorelli ( Da: L’Eco del silenzio – piccole storie nate tra le mura di un carcere – a cura di Gabriele della Torre e Mario Rumi – Edizioni Gruppo Abele – Torino 1997) Queste sbarre cantano
Ho imparato ad ascoltarle
Cantano canzoni antiche
Pagane sacre barbare
Cantano la vita
Raccontano quella consumata
Profetano il domani
Decorano di saggezza il presente
Se si sanno ascoltare
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Io le odo anche parlare
Chiacchieriamo e parlano
Come parlano quando parlano
E sono serie
Ma sanno pure scherzare
Essere ironiche, far conferenze
Si fan largo con paradossi
Mi fanno pensare
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Sono rare, invisibili
Inudibili ai prigionieri
Le scoprono
Gli esseri liberi
Io, nato prigioniero,
Sarò libero
Forse già lo sono
Me l’han confidato
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Sono trampolino
Per gocce di pioggia
Si tuffano sul viso, vi nuotano
Sembrano lacrime. Lo sono?
Le sbarre cantano
A volte intonano si
Altre, parlano di gemme
Genitrici di fiori, da offrire
Alle sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Mi porgono il sole
Che asciuga i piatti
Che fa vivere i fiori
Belle
Le sbarre che cantano
Incorniciano le albe, i tramonti
Esaltano le stelle
Me le fanno sfiorare
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Generose, si regalano
Mi donano sempre
Qualcosa
Per ogni ora giornata notte
Settimana mese anno
Per anni
Tanti
Sono prodighe
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
le guardo, le ascolto
Io le imprigiono
Le inchiodo in quel varco
Nel muro
Da li non se ne vanno
Mi fanno anche pena
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Sono troppo cattivo?
Egoista o indifferente?
Non le lascio partire
Seguire una loro via
Però concedo di cantare
Per me, per chi vuole ascoltare
Le sbarre che cantano
Queste sbarre cantano
Le porterò con me
Con la nostra ruggine
Del tempo trascorso
Insieme
Le sbarre che cantano
Non finiranno
In fondo al pozzo,
Le fonderò col calore
Del cuore,
Ne farò medaglie
Per i bimbi,
Ci giocheranno
A testa o croce,
E vinceranno, sempre
Sono fatati quei balocchi,
Nati
Dalle sbarre che cantano
Fusi
Con l’amore.

LACRIMA DI CRISTALLO
Tommaso
(Da: L’Eco del silenzio – piccole storie nate tra le mura di un carcere
a cura di Gabriele della Torre e Mario Rumi – Edizioni Gruppo Abele – Torino 1997)
Non piangere per un amore perduto
e non disperarti pensando a lei
perché sarà più difficile dimenticarla
non sfogliare nel tuo cuore le pagine dei momenti felici,
ma strappa il diario dei tuoi ricordi
brucialo lasciando il fumo al vento,
perché lo porti via e lo disperda
chissà quanti altri come me
lasceranno sotto l’albero dei ricordi
una lacrima di cristallo.



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